Arkeon secondo alcuni allievi

In questa sezione trovate i commenti – reperibili in rete – di persone che hanno frequentato i seminari come allievi e ne hanno apprezzato i contenuti. Chi volesse può contriuire inviare i suoi commenti a questo blog.

Fuoco Tribale (17/05/2009). Sono passati 4 anni dal mio primo seminario in Arkeon e ricordo ancora chiaramente quello che pensai la domenica sera, sul finire dell’incontro: “questo è il posto che cercavo” dissi a mia moglie. A convincermi che fosse il posto giusto per me, in quel preciso periodo della mia vita, fu un rispettoso silenzio e capacità di ascolto mostrata da ognuno dei partecipanti nei confronti dell’altro. E un’intimità così profonda che prima di allora avevo ritrovato solamente nei miei pensieri più reconditi. Quelli che nemmeno tu stesso dici ad alta voce, per paura che possano essere ascoltati.

Ciò che mi colpì maggiormente, in quei giorni, fu proprio quel senso di solidarietà creato dall’incontro di più voci che raccontavano lo stesso sentimento: la nostalgia. Forse di un posto (interiore) che non si conosce, o di un qualcosa che ancora non è accaduto. Qualche volta la nostalgia di se stessi, per quella distanza invalicabile che separa il come ci si sente dentro e il come si appare fuori. Altre volte la nostalgia di qualcuno che possa ascoltarci sul serio: un amore, un amico, un fratello, un padre. Qualcuno che ci possa aiutare, con una spinta nell’anima, a compiere quel salto che separa l’esistere dall’essere. Attraversando la paura di non piacere agli altri, di essere deriso, di deluderli o di spaventarli. Mostrando quella parte di sé che troppo spesso viene data per scontata, perché così ovvia nella sua semplicità, e poco credibile per il mancato riscontro che ha nella vita di tutti i giorni: quella parte che è il cuore. Che sogna il bello per sé e per chi ama, che ama la semplicità di un gesto spontaneo e la bellezza delle piccole cose, che non si arrende all’evidenza delle apparenze e impara a progettare l’impossibile, che crede in un suo domani splendente e non si fida di chi si piange troppo addosso. Il cuore, così spesso abusato dalla bocca di tutti, ma mai sconfitto dalle esperienze di vita, perché continua a palpitare, a dispetto di ogni cosa, nonostante tutto.

Quel giorno, fra tutta quella gente seduta in cerchio attorno ad un fuoco, ho incontrato la voglia di rivendicare questa parte sacra che appartiene ad ognuno di noi. Quella che un disilluso chiama buonismo, quella che un miscredente chiama idiozie, quella che un bugiardo chiama ipocrisia , quella che un paranoico chiama plagio. “E invece esiste” – pensai. Quando vidi un uomo grande sembrare piccolo, in ginocchio, dinanzi a suo padre; o quando ascoltai il pianto a dirotto di una piccola madre che tornava, riconoscente, fra le braccia di sua madre grande. E ad ogni nuovo nato, sollevato da un padre nuovo, con le braccia tremanti di orgoglio, sopra le nostre teste. Le cose importanti, quelle che più contano… a detta di tanti, ma in cui pochi credono fermamente. In Arkeon ho conosciuto questa possibilità di vivere …pericolosamente! A cuore aperto. Affinché tutte le cose possono insegnarti un senso o negartelo. E affinché ognuno possa venire da te per incontrarti o per ferirti. Dove quella linea sottile che separa l’ingenuità dall’incoscienza, si chiama FEDE.

In questi due anni di assenza da Arkeon, ho avuto la possibilità di sperimentare quotidianamente cosa fosse realmente cambiato in me, e in relazione a questo cambiamento, quanto fosse cambiata l’idea che gli altri avessero di me. A cominciare dalla mia famiglia di origine, dai parenti, agli amici, i non amici, i conoscenti. E soprattutto mia moglie. “Sei cresciuto” mi dicono spesso. E a lungo mi sono chiesto quanti sensi potesse avere una frase semplice come questa. Poi mi sono voltato indietro. Ho ripercorso la distanza e la disistima che c’era fra me e mio padre, o le liti ed i silenzi dispettosi che interponevo fra me e mia madre. Il gelo, mai spezzato da un abbraccio, con i miei fratelli, e la bruciante sofferenza che avvertivo nello stare fra i miei colleghi – mai amici ma sempre conoscenti.

Ma più di tutto, e tutti, s’infrangeva in me, ciclicamente, un sogno – forse perché creduto sempre tale e mai possibile – condiviso con mia moglie: quello di poter avere un figlio che pareva dovesse non arrivare mai. Non lo dico per presunzione né per compiacermi, ma in questi ultimi 4 anni ne sono cambiate di cose, e credo di poter dire in meglio. Mio figlio le riassume tutte, in ogni suo gesto, in ogni piccola parola appena accennata, quando apro la porta di casa e lui mi corre in braccio gridando forte “Papà, papà, papapaaaaà!”. Si, penso di essere cresciuto, e il senso di questo crescere l’ho trovato nell’esperienza paternità. E’ affiorato alla mia mente poche settimane fa, nel giardino della mia casa d’infanzia: mio nonno, mio padre, io e mio figlio a giocare insieme con un pallone, come se fossimo tutti bambini, o tutti quanti uguali. Lo stesso sangue, la stessa carne. La vita che va avanti e che trova un senso proprio nell’essere vita. Con quella sensazione – dalle antiche radici – che ci sia un Padre per ognuno di noi che abbia voglia di (ri)abbracciarlo. Da qualche parte, nel profondo…

Per questi e altri motivi, quando leggo storie di tutt’altro spessore e senso, relative all’esperienza Arkeon, ho l’impressione di aver frequentato qualcosa di nettamente diverso da come lo si descrive altrove. Poi l’impressione svanisce, e ciò che resta è la verità concreta che è presente nella mia vita (e come me e più di me, lo è in quella di tanti altri). Dimostrabile, più di tante infondatezze sparse ad hoc sul web, più di tante illazioni dal sapore diffamante comparse in TV e sui giornali. Non per dire a forza che c’è qualcuno che ha ragione e tutti gli altri mentono …prima di sapere, prima di conoscere. Perché il rispetto dovrebbe essere dovuto a tutti – fino a prova contraria. E il rispetto – almeno io l’ho imparato così – lo si dimostra con l’ascolto. Con l’ascolto di tutte le parti in causa. Anche di quelle che non hanno le giuste conoscenze. Di quelle che secondo taluni non sono più capaci di intendere e di volere. Di quelle che restano in silenzio, aspettando il giorno in cui potranno parlare ed essere ascoltati.

Oggi il mio grazie va a tutte quelle persone che nei cerchi di Arkeon – Vito su tutti – mi hanno mostrato, con la loro esperienza, la via del cuore.

Cosimo (06/11/2007). Nella mia vita ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia sana e amorevole e di non incorrere in esperienze traumatiche. Non ho quindi dovuto usare gli strumenti dati da Arkéon, come altri che ho conosciuto, per poter accedere ad una vita cosiddetta “normale”. Non ho nemmeno riscoperto valori che avevo dimenticato (in questo senso non ho mai gradito sentir parlare di “valori di Arkéon” o “persone di Arkéon”: i valori sono valori, le persone sono persone). Questi valori già mi appartenevano. Ciò che cercavo e ho trovato in questo lavoro è una maggiore capacità di vivere in maniera autentica. Con questo intendo confrontarmi con la diversità; imparare dal dolore e non tramutarlo in rabbia punizione o vendetta; autorizzarmi ad ascoltare ciò che davvero nel mio cuore desidero dire/fare/essere e trovare la forza di farlo, prendermi la responsabilità di farlo, rinunciando agli alibi. Pur facendo un lavoro piuttosto intellettuale, in cui tutti hanno master, phd e via dicendo, oggi non ho bisogno di far finta di capire tutto e posso liberamente esprimere il mio talento fino a dove arriva e non oltre e non meno.

Ovviamente tutto questo non so farlo sempre…ma riesco a farlo più di prima. Per esempio quando sento salire la rabbia o la voglia di dare una risposta sarcastica all’ipocrisia e all’ottusità che leggo in molti post di questi forum, mi ricordo di guardare l’ipocrisia e l’ottusità che porto o ho portato in me, le persone che ho ferito con cinismo nella mia vita etc etc…In quanto ai rapporti familiari, posso dire che questi già erano buoni, ma sono diventati più autentici. Con mio padre, in particolare, ho trovato un livello di intimità e di condivisione “tra uomini” che un tempo non avevo…e anche con mia madre la relazione si è fatta più intima, perchè ho superato la paura forte che avevo di non sapermi staccare da lei. Questo è passato anche attraverso una fase di allontanamento e di durezza eccessiva da parte mia, di cui mi sono scusato…ma vedo oggi che i frutti sono stati buoni. quella rabbia e quel giudizio c’erano, e io ho potuto riconoscerli, superarli per accedere ai sentimenti che c’erano dietro solo attraversandoli.

Come vedi, non sono certo un testimonial eccellente di Arkéon. Ho ottenuto solo quello che può ottenere chiunque crescendo.

Chiedo scusa, ho dimenticato la cosa più importante: mia moglie (…e freud ride!). Amo infinitamente mia moglie ma so per certo quanto è stato difficile per me accedere a questo amore. E’ stato grande, e a volte ancora è forte, il dolore di sentirmi amato nonostante tutto il giudizio che ho su di me. Lei bellissima che ama me, che mi sento brutto. Lei disarmata che accoglie me armato fino ai denti di idee e giudizi. Lei che conosce e ha così fiducia nella mia forza, anche quando io mi sento inadeguato. Quanto vorrei a volte che lei frenasse, dicesse “no”…e invece se le dico “andiamo su marte” lei mi risponde “a che ora?”. Ecco, so – per una serie di motivi che non vi riguardano – che senza questo lavoro non avrei saputo aprire quella porta e dirle “la verità è che ho paura di amarti”.

Fioridarancio (06/2008). Gli interventi preziosi di questa blogger sono troppi per sintetizzarli. Riporto qui alcuni link al suo blog.

http://fioridiarancio.wordpress.com/2008/06/23/sono-te-in-un-altra-forma/

http://fioridiarancio.wordpress.com/2008/06/11/la-via-del-padre/

http://fioridiarancio.wordpress.com/2008/06/10/il-cammino-delle-donne/

http://fioridiarancio.wordpress.com/2008/06/06/oggi-sono-io/

Arkeonauta (20/06/2009).  Ho creato questo blog per condividere, con chi avrà la pazienza ed il tempo per ascoltare, la mia esperienza personale con Arkeon e con il suo fondatore Vito Carlo Moccia. In questo momento, in questi tempi, spero che ciò rappresenti una parola di verità o quantomeno una credibile testimonianza. La mia testimonianza può essere credibile perchè non nasce da alcun interesse personale e maggiormente credibile perchè ciò che scrivo potrebbe in qualche modo ledere i miei interessi personali e familiari.

Ho incontrato Vito Carlo credo a metà di maggio del 1998 in un “preliminare” che lui teneva a Roma in una palestra vicino alla via Cassia, il tramite era rappresentato da un mio conoscente già addentro, il mio ricordo attuale più vivido è che al nostro primo incontro io cercai di comprarlo. Sospettoso, pensai che fosse avido, gli offrii la sua mercede per le sue taumaturgiche prestazioni e ricevetti in cambio uno scherno. A breve capii che la mia esperienza del mondo non era sufficiente per trattare con lui, ma che la nostra relazione era da trasporsi su un altro piano. Fui iniziato da Vito Carlo durante il successivo Seminario.

Ho usato la parola iniziazione a proposito perchè questa è una parola antica, di uso comune qualche centinaio di anni fa, dismessa e rottamata ormai da qualche tempo dal nostro vocabolario, il quale allude ad essa con accenti “pseudo-esoterici”, senza ricordare che non ci sono misteri nella “iniziazione”, questa essendo la naturale trasmissione della conoscenza tra una generazione e l’altra, che da comune pratica in tempi antichi si è trasformata in qualcosa che odiernamente evoca rapporti misterici ed alleanze fatali.

Ad ogni buon modo fui “iniziato” da Vito Carlo Moccia nella primavera / estate del 1998. All’interno e nell’ambito dei seminari ho conosciuto la donna che è la mia sposa e la madre dei miei tre figli. Quando ho pensato che la mia professione ed i miei interessi non potessero conciliarsi con l’assidua frequentazione al “gruppo” ne sono uscito, con semplicità, così come ne ero entrato.

Poi, all’improvviso, qualcuno mi ha detto che ero un plagiato, che avevo fatto parte di una “Psico – Setta”. Mi sono sinceramente spaventato ed ho cercato di ricordare razionalmente quanto avevo vissuto e comparare il mio ricordo con le specifiche accuse mosse ad Arkeon ed al suo fondatore. Dopo una lunga ed approfondita analisi ho dedotto che nessuna delle accuse che le varie trasmissioni televisive, la d.ssa Tinelli del CESAP, la magistratura inquirente, i diretti testimoni dei fatti oggetto di indagine, corrispondevano a quanto io ricordavo del mio vissuto in Arkeon. Ma allora cosa era successo, come è stato possibile che il mio ricordo fosse così corrotto, che io non sapessi distinguere tra ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

Ho consultato un pò di materiale sull’argomento, ho dato una lettura veloce ai vari blog, poi ho visto un video su YouTube che riprendeva le inchieste del telegiornale satirico “Striscia la Notizia” in cui, dopo alcune testimonianze appariva una intervista con il presunto “santone”: Vito Carlo Moccia. L’unica cosa che mi è veramente rimasta impressa sono le parole di Vito che cercano di difendere e proteggere il sacerdote accusato di qualche collusione con la vicenda che vedeva protagonista Arkeon.

Per queste parole, dette in circostanze così dolorose, io so che Vito Carlo Moccia è il mio Maestro e che il suo è un insegnamento universale, che vale qui, ora e per sempre.

Patrizia Soleo.  Tempo fa, appresi navigando su internet ciò che stava accadendo a Vito Carlo Moccia e al movimento spirituale Arkeon, da lui fondato. La mia reazione fu di sconcerto nel vedere tante notizie negative riportate da molti siti, dai giornali e da varie trasmissioni televisive, attraverso quei mezzi di piatti e bidimensionali tra l’altro, di cui noi siamo spettatori passivi, che sempre più spesso offrono, purtroppo, un contatto fasullo di quanto sia una REALTA’, di quanto sia un CONFRONTO, poiché la mia esperienza personale era stata tutto, fuorchè quello che ho appreso dai media. Comunque, posso comprendere l’ira che si è scatenata attorno ad Arkeon essendo un percorso di sacralità.

Non vorrei parlare di Dio, è ben difficile parlare di qualcosa che non appartiene alla nostra dimensione, ma di SACRALITA’ dell’uomo credo si possa parlare, andando semplicemente a esplorare l’ordine della propria natura, scoprendo in sè stessi almeno ciò che è falso e liberarsene, facendo dunque a meno dei travestimenti, dei tanti atti esteriori richiesti da una società che barcolla appresso alla “verità dell’immagine”. Questa mi era sembrata La Possibilità di Arkeon, un modo per fare emergere tutti quegli aspetti della propria persona e a percepire quella parole stampata di cui tutti abusiamo che chiamiamo Consapevolezza o Verità e che, voglio sperare, almeno qualche Santo sia riuscito a gustare appieno.

Tornando all’ira scatenatasi, posso immaginare cosa ha potuto rappresentare per intere famiglie-clan sepolte nell’ignoranza il propagandarsi di scelte di libertà personale da parte di alcuni appartenenti di queste cosiddette famiglie. Pensiamo solo al nostro provincialismo nazionale, che viene ben rappresentato nella sua apoteosi dalla mentalità meridionale… non ci si può togliere dai “vincoli della suocera”, della mentalità piccina del pettegolezzo facile e della menzogna pur di salvaguardare quella facciata tanto gradita agli sguardi poco lucidi di chi è condizionato da tale ristrettezza mentale.

Vito, decisamente politicamente scorretto, forse in questo si era sopravvalutato, o almeno aveva sottovalutato la ferocia di tale mentalità ritenuta dai più come cosa buona, certa e talmente giusta da non dover esser messa in alcun modo in discussione, la mentalità dei “bravi di fuori” anche se spesso brutti, quasi a suggerire agli scettici l’esistenza di Dio, in quanto la teoria circa “la verità dell’anima” a dispetto di ciò che si vorrebbe nascondere si impone, e, dal nostro interiore trapela nello sguardo o attraverso la difformità corporale.

E allora, non è forse venuto il momento di gettare alle ortiche anche il concetto di “stima pubblica” data la moltitudine di cyborg di cui sovrabbonda il nostro paese?

Forse non è venuto ancora il momento. Anzi, per dirla tutta, siamo molto spaventati. Non tanto dal bisogno di stima dell’italiano-medio, ma dalla troppa cattiveria di giornalisti, varie istituzioni e presunti esperti che attraverso comunicati dal proprio sito, E NON SOLO, hanno utilizzato metodi non troppo velatamente intimidatori, nei confronti di chi offriva un contraddittorio. Siamo molto spaventati anche da certi furbacchioni travestiti da “templari dal Signor vocati” che a mio parere in malafede condizionano un popolazione già penalizzata da tanta ignoranza a una malaintesa idea di cristianità.

Ecco perchè non ho nessuna fiducia in certi “affiancamenti di istituzioni per vincere”, che che corrono appresso al “sogno di fregare Vito Carlo Moccia”. Non ho nessuna fiducia in chi usa questo “metodo”… perchè questo “metodo” non è assolutamente un Metodo. E decisamente penso non sia ancora giunto il momento di cercare di far capire che cosa sia un Percorso Sacro a un popolo come il nostro perché…come diceva a ragione Lella Romano, “…si ritorna sempre al punto da cui non siamo mai partiti!”

Forse però è venuto il momento di scuotere tutti coloro che COMPIONO SOLTANTO TANTE, TROPPE ESCLAMAZIONI DALLA LORO CUCCIA, di scuotere chi esprime giudizi senza ASCOLTARE le altre parti, o di scuotere chi vuole creare un CLIMA DI TERRORE, sulla base dei propri condizionamenti negativi o interessi personali. Perchè questo, vorrei manifestarlo soprattutto a quelle istituzioni che hanno preso parte a questo scempio, a mio avviso E’ MOLTO INGIUSTO.

Io sono solo una persona che ha conseguito un primo livello Reiki con Vito anni fa e ha partecipato ad un seminario Arkeon, dunque dovrei essere classificata, secondo gli “esperti”, un’adepta…figuriamoci! Dopo appena un primo livello anni fa, lo ammetto, mi è stato difficile rapportarmi con le dinamiche “del mondo”, a maggior ragione perché lavoravo nel suo ambiente, signor Leone. Ma la colpa, è ovvio, non può essere di Vito, lo capisce anche un bambino.

Perché dunque, certi presunti esperti della picologia e criminologia, ma certamente veri esperti di roghi, non ardono coerentemente assieme a “settaroli” e maestri anche i quattro vangeli della chiesa universale? Forse le parole dei Testi Sacri sono meno impegnative da seguire? Possono essere messe in pratica davvero senza dolore? Non creerebbero uno sfasamento all””uomo di oggi”, data la distanza enorme fra ciò che viene indicato dal “pazzo di Nazareth” attraverso gli evangelisti, e ciò che nostro malgrado ci troviamo costretti a vivere facendo di tutte le balle che raccontiamo e ci raccontiamo le uniche pietre di costruzione di questo edificio occidentale zeppo di crepe?

Pulvis (10/05/10). Da queste premesse parto per raccontare la mia esperienza con Arkéon. Come la comprendo oggi, nulla di più e nulla di meno. Giocoforza ne parlerò nei termini di un prima- durante- dopo perché, in quanto essere umano, tutte le mie esperienze si snodano nel tempo e tutto ciò che mi accade genera degli effetti in me e su quello che verrà, seppure minimi.
Sono sempre stata in ricerca. Del senso delle cose, di alternative alle strade usuali che fossero proprio adatte a me, o semplicemente di vedere se c’è un altro modo per ottenere la stessa cosa. Proprio la ricerca del senso delle mie tensioni e del vuoto che sentivo nella mia vita all’interno della mia famiglia mi condussero ad Arkéon.
Pregai di cuore Dio di aiutarmi a comprendere il perché, ed alla prima presentazione cui assistetti Vito Carlo Moccia toccò quei temi. Non che fossero temi speciali, ma lo fece proprio con le parole con le quali avevo nel segreto del mio cuore formulato quelle domande. Mi dissi che lì c’era un pezzo di strada da fare buono per me.
Io ero “congelata”: tutto era “uguale” per me. Dalle bastonate alle carezze, dalla solitudine al contatto umano, dal bianco al nero andava tutto bene allo stesso modo, per me.
Non eticamente, ma nel senso che non mi suscitavano emozioni diverse. Se vedevo le stesse alternative applicate sugli altri, invece, avevo ben chiaro ciò che era o meno buono e giusto. Sentivo la rabbia ed il dolore o la gioia immensa che probabilmente loro avevano provato… ma sulla mia pelle era sempre “tutto uguale”.
Vivevo nella speranza di passare inosservata e ci riuscivo benissimo. Nelle rare relazioni non mi esponevo né lasciavo entrare nessuno oltre la soglia della formalità minima. Se c’era un cerchio di sedie allineate mi sembrava di sedere sulle spine finché la mia non era un po’ più arretrata delle altre verso l’esterno del cerchio.
Credo che a quel tempo nessuna psicoterapia (nella quale lavori in prima persona) avrebbe potuto arrivare a me, perché io avevo bisogno di stare nascosta e confusa fra tanti.
Nei cerchi di Arkeon ho trovato proprio questo: tante persone che a volte nemmeno mi vedevano. Ma io vedevo loro, ed a sentirli raccontare le loro vite, le loro emozioni, talvolta mi scoprivo a piangere perché quello era andato a scongelare un puntino di me.
Nessuno mi ha mai chiesto di espormi ed ho sempre sentito calore umano e rispetto della mia “forma”. All’inizio era solo: «Io sono xxx. Grazie». Intanto a furia di ripetere “Io sono xxx” e di far scongelare puntini, ho cominciato a riuscire a stare con gli altri nel cerchio, a sentire che c’ero (ricordo gli intensivi, quando era il momento nel quale ciascuno si ripeteva che eravamo vivi, e toccavamo la corteccia degli alberi, sentivamo la terra a piedi nudi, guardavamo il cielo, ascoltavamo il cinguettio degli uccelli e sentivamo i profumi della natura… che gratitudine verso il Cielo per quell’esperienza…).
Infine mi ritrovai a condividere con gli altri – più o meno sconosciuti – quello che mi accadeva. Sempre e solo negli stretti limiti che io ponevo e sceglievo di volta in volta.
Mi piaceva tantissimo il momento dello scambio di trattamenti Reiki e per conto mio l’ho continuato a coltivare anche quando in Arkéon quasi più nessuno lo faceva (per comodità o per pigrizia).
Ho partecipato a pochi intensivi perché, nonostante fossi conscia che il costo comprendeva vitto, alloggio, quaderni, penne e tutto quanto per parecchi giorni, ritenevo di non potermi permettere di sostenere quel costo con troppa frequenza. Nessuno mi disse mai niente né mi diede mai ad intendere che fosse opportuno io lo facessi. Né tanto meno sono mai stata isolata per questa ragione. Ho continuato la mia ricerca tranquillamente.
“Le sedie”, quelle del filmato mandato in onda a “Chi l’ha visto?”, ho scelto di provarle, ma mi hanno sempre detto poco.
Venivano chiamate così perché si era seduti su una sedia di fronte ad una persona (anche lei seduta) che ci capitava davanti più o meno a caso. La “consegna” era di non alzarsi né di toccare l’altro, di rispettare il turno di parola nel quale uno ripeteva una domanda e l’altro dava la sua risposta e poi viceversa. Al suono del gong (l’unico udibile tra tante persone che parlavano e talvolta urlavano) si taceva. Ricordo un gran frastuono. Sì, qualcuno si arrabbiava davvero nel rispondere alla persona che aveva di fronte e ci volevano uomini (indipendentemente dalla sua stazza) a tenerlo perché non facesse male a sé o agli altri.
La rabbia è un’emozione potente che purtroppo nella nostra società è sempre meno ammessa. Nel senso che nemmeno deve esistere, nemmeno la si deve provare!
Stessa cosa capita per moltissimi altri stati d’animo… ma loro non se ne possono stare lì troppo a lungo! Se uno vuole li lascia uscire e si confronta con loro, li guarda, ci dialoga, li ascolta. Se no può controllarli prima ancora che nascano o almeno provarci con le infinite strategie che ciascuno di noi conosce e da sempre ha messo in atto. Per questo dico “benedette le sedie”! Talvolta vorrei poterle avere oggi.
Il no-limits fu per me di gran lunga più prezioso. Intanto non ero bendata né lo era alcuno. Come tutte le attività proposte non era obbligatorio: bastava non presentarsi, starsene nella propria camera o restarsene al proprio posto senza camminare dentro il cerchio. Vito Carlo Moccia ci invitava a chiudere gli occhi per il rispetto della privacy delle persone che avremmo incontrato. …poi, per me il corpo è “tempio sacro” e non ho mai permesso ad alcuno di toccarmi, figuriamoci di spogliarmi o fare le cose che sono state dette in TV dalle “vittime” (mi bastava allontanarmi o allontanare la mano di chi avevo di fronte per dire che non volevo essere toccata in alcun modo, senza nemmeno parlare). Nemmeno un bacio ho mai permesso. E’ riservato solo a chi ho scelto come compagno di strada.
Io ho toccato da sopra i vestiti delle altre persone. Non per morbosità, non mi appartiene. Scelsi di permettermi di rivivere qualcosa che non so cosa sia stato ma che mi apparteneva. Forse da qualche parte, in qualche tempo, era già vissuto. E’ stato un “dolore” per me nella misura in cui io avevo di me un’idea e seguendo questo non pensare, ho scoperto di essere almeno in parte differente da quell’idea. Ne parlai subito con il mio fidanzato e le cose andarono a posto rapidamente.
Sempre con gioia ricordo la lotta degli uomini, o l’intensivo sulla morte. Ah, l’intensivo sulla morte! …Esperienza memorabile, per me che cammino sempre incerta nella scelta tra lei e la vita. Nemmeno a dirlo che anche qui delle bare o delle sepolture fino al collo menzionate in TV non ne ho visto nemmeno l’ombra.
Ricordo la gioia del suono della campanella che ciascuno di noi lanciava verso il Cielo in segno di ringraziamento.
Ricordo la pace fatta con mia madre dentro il mio cuore dopo una notte a cercare di scriverle una lettera di commiato che usciva sempre piena di risentimento. E la pace vera e le lacrime e gli abbracci che ci scambiammo con lei quando, tornata dall’intensivo, andai a trovarla. Posso dire che da quel giorno, ho incominciato ad avere una relazione con mia madre. Credo che non avrei mai potuto arrivarci senza tutto il cammino percorso prima.
Ricordo di aver guardato in faccia il mio desiderio di essere morta e di aver scelto che non era ancora il tempo, perché desideravo (per la prima volta) tornare dalla mia famiglia.
Ricordo anche le messe di quel povero sacerdote messo senza ritegno alla gogna in TV.
Io lo ringrazio pubblicamente con tutto il mio cuore, qui ed ora perché al di là delle sue debolezze di uomo, in ogni confessione ed in ogni incontro non ha fatto che essere davvero “sacerdote di Cristo”: non ha fatto altro che ricordarmi e testimoniare con il suo modo di essere ed il suo rispetto per l’altro e per la vita, che D i o è A m o r e e che D i o c i a m a p e r q u e l l o c h e s i a m o, così come siamo. Lui ci ha creati e ci conosce più in profondità di noi stessi. Ci chiede di amarci come lui ci ama.
Da qui per me è stato un “doloroso” cammino di uscita dagli inferi. Doloroso perché riemerge tutto il tempo in cui non ti sei amato e tutta la difficoltà di farlo nonostante i limiti che ti riconosci nella carne. Dagli inferi perché la distanza dal godere il tepore dell’amore di Dio è di per se stessa un inferno scuro nel quale non trovi pace.
Ecco, mi permetto di fare riferimento a quel brano del Vangelo che fu oggetto dell’omelia della messa alla quale partecipai in S. Eustorgio, quello degli uomini che, saputo che Gesù era in una casa e non potendo raggiungerlo dalla porta per la gran folla radunatasi, praticano un’apertura nel tetto e vi calano un paralitico bloccato sul suo lettino affinché il Cristo lo possa guarire.
Se quella casa sono io, e Cristo è nel mio intimo, che mi attende, in Arkéon ho incontrato degli amici che mi hanno aiutata ad aprire una breccia nella mia corazza perché io potessi “rientrare in me stessa” e farmi “sanare le ferite dell’anima” dal Suo Amore.

Grazie infinite.